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Parassiti

È successo di nuovo.
Sono stata chiamata di là perché mi comunicassero che no, non sarei stata pagata, almeno per il momento.
Un momento che sarebbe durato qualche mese.
Il tempo di conoscerci meglio, di trovare qualche cliente.
Mi sembrava di essere stata chiara il giorno del colloquio, mi sembrava che fosse passata l’idea che non avrei lavorato gratis. Mi sembrava.
Evidentemente fatico a far capire anche i concetti semplici come questo.
Ci ho voluto provare un’ultima volta a fare chiarezza. Senza stare a cercare mezzi termini però, perché io, d’essere presa in giro, non ne ho davvero più voglia.
Ascoltavo la mia voce limpida e senza tremori come se fosse un’altra persona a parlare. Accento toscano, il solito che mi viene quando sono stizzita. Verbi troncati a metà.
Lui zitto. Espressione stupita. Niente battute sessiste o razziste. Ho pensato che oggi gli doveva essere passata la voglia di parlare a vanvera, e anche quella di ridere per nulla.
Mi ha risposto solo ad un certo punto che lo stavo offendendo. Ho ribattuto che proprio non si doveva permettere, che semmai è lui che ci offende ogni giorno. Che il lavoro non pagato è una delle più grosse offese che si possa ricevere.
Ero ormai calata nel mio nuovo ruolo di pasionaria e quello che penso da tanto tempo sui professionisti fasulli (ho detto proprio così!?) gliel’ho vomitato tutto sul suo scranno di vetro.

Sono uscita sbattendo inavvertitamente la porta. Sul serio, mi è sgusciata dalle mani.

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Certe classifiche non hanno proprio senso d’esistere. Se poi riguardano la cultura nel corso della storia dell’umanità e vengono redatte da americani allora bisogna leggerle, ma davvero con una certa diffidenza.
Nei primi venti posti, tra gli architetti che hanno avuto un ruolo rilevante dalla notte dei tempi, richiama subito l’attenzione un nome: Albert Speer, il tedesco tristemente celebre per essere stato l’architetto prescelto da Hitler per l’edificazione del Terzo Reich. Con lui siamo alla quattordicesima posizione, subito dopo Sinan, l’artefice di tutto lo splendore azzurro dell’Impero Ottomano.
Un’altra stranezza, per me, è la distanza tra i due mostri sacri del barocco romano: il Bernini alla quinta posizione e il Borromini alla sedicesima. Con tutta l’antipatia che il secondo mi abbia potuto suscitare mentre sedevo nei banchi di scuola, quei dieci posti di distacco ad oggi mi paiono eccessivi.
Un altro punto che mi lascia alcune perplessità è il terzo posto di Giotto. Di lui abbiamo il campanile di Santa Maria del Fiore ma del Brunelleschi (cinque posti più in basso), ci è rimasta la cupola più elegante che si sia mai vista.
Non so se sarà mai possibile redigere una vera classifica dei migliori architetti della storia. Da quali autorevoli personaggi verrebbe decisa e su che basi? Popolarità? Tecnica? Innovazione? E avrebbe senso fare un nome prima di un altro?
Io non riuscirei a stilare un elenco del genere, per me è già seccante quando mi viene chiesto il mio architetto preferito. Ci sono domande che non andrebbero fatte. Così rispondo a seconda del momento, rispetto ad un libro che sto leggendo o ad una città che ho appena visto.
L’unica cosa certa è che mai, mai e mai mi verrebbe da dire Imhotep.

Ritratti

Archiportrait è un progetto grafico di Federico Babina. Vengono ritratti 33 architetti rappresentati con le loro costruzioni che non sono poi altro che i simboli e colori con cui tutti li associamo. Sono creazioni davvero interessanti, incredibilmente somiglianti anche, davvero uno più bello di quell’altro.
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Pritzker 2014

imageShiger Ban ha cinquantasei anni ed è giapponese. È lui il Nobel per l’Architettura 2014.
Shiger Ban è legato da sempre ai materiali “poveri” della sua millenaria tradizione: la carta, il legno e il bambù.
Durante la costruzione dei suoi primi edifici, le materie prime gli venivano consegnate in cantiere avvolte in tubi di cartone. Lui si propose di utilizzare questi tubi in futuro senza però avere ancora la consapevolezza del come.
Il come lo possiamo vedere nel suo elegante sito web.
Colpiscono i nomi di molti suoi progetti, c’è una sezione intera che porta il prefisso “paper”, carta.
Lui costruisce strutture in cartone. Avvolge intorno ad un tubo di alluminio della carta riciclata, la fissa attraverso collanti naturali. Una volta seccata la carta viene sfilato il tubo ed essa viene trattata con cera per rendere la trave impermeabile.
Le sue travi sono tubolari di cartone precompresso e assimilabili, per caratteristiche meccaniche e morfologiche, al bambù.
Tra tutti i progetti, alcuni davvero molto interessanti, sono rimasta impressionata e sorpresa dal Paper Bridge. Forse perché amo i progetti contemporanei che si relazionano all’esistente o forse perché qui ci ho passato uno dei pomeriggi più belli degli ultimi anni.
Sperimentazione, tecnologia sostenibile ed economica, edifici leggeri, montaggio a secco, minimalismo, riciclaggio, applicazione in situazioni di emergenza.
Un’altra volta, una grande lezione di Architettura ci viene data dall’Oriente.
Per chi avesse voglia di approfondire il tema, ho trovato qui in pdf questo manuale: Carta e cartone in edilizia a cura di Alessandro Rogora.

L’uomo del bambù

Võ Trọng Nghĩa per me è l’uomo del bambù.
Vietnamita prima che architetto.
Nella sua mente c’è tanta progettualità, non solo fatta di tecnologia e materiali ma anche e soprattutto di persone.
Proprio come l’Architettura deve essere.
“Small but high quality projects thought in every single detail” dice dei suoi progetti, tutti studiati in fase di progettazione con modelli in balsa in scala al 100 o al 50.

Dailai Conference Hall, 2012

Dailai Conference Hall, 2012

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Dailai Conference Hall, 2012

Wind and Water Bar, 2008

Wind and Water Bar, 2008

Wind and Water Bar, 2008

Wind and Water Bar, 2008

Wind and Water Bar, 2008

Wind and Water Bar, 2008

Kontum Indochine Café, 2013

Kontum Indochine Café, 2013

Bamboo Wing, 2009

Bamboo Wing, 2009

Bamboobooth, 2012

Bamboobooth, 2012

Verrebbe voglia di farselo un giro in Vietnam.

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Questo Arch’ivio tace da parecchi giorni.
Giorni in cui sono finalmente riuscita ad ottenere un colloquio di lavoro e ad essere presa in uno studio. Ieri si sono decisi ad affidarmi le chiavi del portone, immagino prima o poi si riuscirà a parlare anche di stipendio, parola che generalmente non piace agli architetti, figuratevi se liguri.
Intanto si progetta un discreto preliminare al 100 con rivestimento in corten, si disegna in VectorWorks, in una velocissima postazione Mac.
La sera attraverso la strada, mi infilo una maglietta nera e servo birre e acque minerali ai tavoli.
Mi sono accorta di avere in bozza qualche articolo parigino mai pubblicato per mancanza di tempo. Qualcosa su Versailles, su un pomeriggio al Parc de la Villette.
Ci continuo a pensare se non fosse stato meglio rimanere là. Perché a questo punto, dopo due mesi, il francese non mi avrebbe più dato grossi problemi e un lavoro (vero) probabilmente l’avrei trovato. O forse no.
Mi succede di rado di rimpiangere decisioni passate, so che abbiamo scelto la via più facile e adesso non siamo così sereni come dovremmo.

20140302_154920È domenica e il sole che spunta offre ai liguri un paio d’ore di tregua dalla pioggia.
Si esce dalla città, si scollina.
Nella parte più occidentale del golfo si trova Porto Venere.
Un borgo medievale di straordinaria bellezza di per sè, per il paesaggio intorno, per il colore verde del mare e per la luce nuova filtrata dalle le nuvole.

Accoglie l’alta palazzata. Case torre multicolori.

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La passeggiata su Calata Doria porta ad un gioiello incommensurabile: il cristiano tempio di Montale, la chiesina di San Pietro.
Di stile gotico genovese, con grossi pilastri polistili, marmo bianco e nero a bande orizzontali. Tra tutti gli edifici cosiddetti minori, credo di non aver visto mai nulla di più bello.

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Qualche post fa avevo scritto che di poetico da queste parti non c’é nulla. Mi sbagliavo, occorre solo trovare il modo d’avere l’animo predisposto a sentire.

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Là fuoresce il tritone
dai flutti che lambiscono
le soglie d’un cristiano
tempio, ed ogni ora prossima
è antica. Ogni dubbiezza
si conduce per mano
come una fanciulletta amica.

Là non è chi si guardi
o stia di sé in ascolto.
Quivi sei alle origini
e decidere è stolto:
ripartirai più tardi
per assumere un volto.

Eugenio Montale

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